giovedì 7 novembre 2013

Nome e contranome


Il nome è un marchio, è ciò che contraddistingue un individuo, la sua persona, a volte la stirpe di appartenenza e perfino il suo status civile e sociale. Se vogliamo, quindi, il nome è un marchio che viene imposto dal contesto familiare al nascituro e ne condiziona inevitabilmente l’essere, ma non è detto che lo rispecchi. Chi non ama o non accetta il suo nome, se ne sceglie un altro, il “nome d’arte”, che a volte è un semplice diminutivo od un nome affine che sostituisca nel 90% dei casi la “Zopponta”, ossia il nome del nonno o della nonna che viene imposto in ossequio ad una forma di rispetto tanto desueta quanto fondamentalmente incomprensibile. Ecco allora spuntare dei melodiosi Assia o Sissy in sostituzione del meno musicale Assunta, oppure degli impropri Lello in luogo di Catello e degli azzardati Melania in luogo di Carmela. Ma nemmeno i nomi autoimposti alla fine rispecchiano per bene chi li porta. A Napoli, si sa, piace dire le cose in modo papale, perciò ognuno o quasi porta con sé un altro nome, che è quello che la gente impone ed è l’unico che rispecchia la verità, ossia ‘o contranome. Riferito alla professione, ad un difetto di pronuncia o ad un tic particolare, il contranome è meglio della carta d’identità per il cittadino, il vero ed unico nome che il popolo riconosce e, a suo modo, la nuda verità su chi lo porta. Il contranome è una vera e propria opera d’arte, una summa di poesia, una raro e limpido esempio di pregnanza ficcante e sagace, che va diretta al dunque e rende unico ed inconfondibile chi lo porta.

Il contranome per eccellenza nasce da osservazioni acute e pungenti sulle caratteristiche fisiche della persona, ma non si ferma alla banalità obesa di un “‘o chiattone”, lo trasforma con una pennellata in “‘a muntagna”, lo trasfigura in un “‘o bufalo” o lo immortala in un definitivo “panza ‘e vacca”. E di lui, ne vogliamo parlare? Lui ha una cicatrice abbastanza vistosa in fronte, ricordo giovanile di una bottigliata ricevuta durante un derby disputato col palazzo di fronte a Piazza del Plebiscito, ma chi lo conosce non si accontenta del troppo telefonato “‘o sfregiato”, arrivando a coniare “‘o ‘ntaccato”e perfino “‘a zip”, con un fenomenale riferimento ad una chiusura lampo in zona temporale.

A volte il contranome assume una valenza proto-futurista e tenta di fermare il tempo e lo spazio in una sola espressione, dipingendo in essa come in un quadro le sembianze del malcapitato. Pensate allora ad un uomo dalla camminata claudicante, e lo riconoscerete in un mirabile “punto e virgola”, ad un individuo noto per il suo vestiario bohémienne, eternato in un esplicito “pezzacculo”, ad un giovane dal labbro possente, dipinto con il diretto “musso ‘e puorco” e ad un anziano dalle orecchie prominenti, fotografato in un fantasioso “recchia a provola”.

Infinite sono le immagini utilizzate per dileggiare chi non brilla per intuito o sagacia. Ecco allora proliferare i vari “Piscione”, “Baccalà” e “Bacchettone”, fino a spingersi a sottilissime metafore quali “Bullone” per indicare uno svitato e “Balcone”, per catalogare uno che non c’è tanto in tema di materia grigia, senza contare i “Pisciaturo” e “Pesce in burro” , il cui uso può divenire multiforme. 

Passando al sesso femminile, di solito si tende a sottolineare la poca piacenza di una donna con dei “Brigibbardò” e dei “Liztailòr”, mentre non mancano riferimenti al proprio stato civile, che spesso si riferiscono ad avvenimenti ormai lontanissimi nel tempo. Ecco allora spuntare i vari “Sposi” e “Spose”, anche a 35 anni dal matrimonio, mentre non di rado diventa “Dottore” o “Poeta” chiunque ostenti un minimo di istruzione

Arrendetevi dunque, potrete cercare di imporre il vostro nome reale o d’arte a chiunque, ma nessuno potrà salvarvi dal nome che vi cuciranno addosso gli altri. Attenzione, però: se dovessero chiamarvi “Pascià” o “Raubbova”, non gasatevi troppo: non scordate che siamo a Napoli, verosimilmente vi staranno prendendo per il deretano…..