lunedì 17 dicembre 2012

Aridatece Mario!

In questi giorni volgono al termine le ennesime serie di “Squadra Antimafia” e “RIS”,che fanno il paio con le “Squadre” e i “Distretti di polizia” del passato. Azione, intrighi, ogni tanto qualche zizza e, soprattutto, sparatorie a profusione, fanno di queste serie un must per chi passa le sue serate a casa. Le trame sono una continua lotta tra il bene e il male e proprio gli scontri a fuoco si contrappongono ai lieti finali che (quasi) sempre chiudono le singole puntate. Ecco, proprio di questo vogliamo parlarvi. Prendiamo una scena qualunque di una di queste fiction ed esaminiamo la fase della sparatoria: il boss in persona, coi suoi più stretti collaboratori, in pieno giorno, giacca e cravatta, fa irruzione con camminata decisa in un luogo qualunque, MA……ad un certo punto intervengono le forze dell’ordine, che avevano capito tutto, e parte una carneficina da antologia. Innanzitutto tutti i malviventi, in rigoroso completo della festa e con una misera rivoltella in mano, sono stati addestrati in campi talebani perché, ad ogni colpo sparato, corrisponde almeno un morto tra le forze dell’ordine. Dal canto loro i poliziotti, pur scaricando coi loro mitra una riserva di munizioni buona per una riedizione del Vietnam, non riescono a colpire nessuno, fatti salvi un paio di sgherri minori di importanza pari a zero ma, soprattutto, vengono trapassati da proiettili come se i loro caschi e giubbotti antiproiettile fossero di ricotta. Nella prima puntata,possibilmente, uno dei colpiti a morte è un protagonista storico della serie,mentre almeno un altro viene sparato in testa, va in coma e, ammesso che non ci passi tutte le puntate per risvegliarsi all’ultima, diventa il cliffhanger per la stagione successiva. Non una lacrima o uno strepito sui morti non protagonisti, neanche la possibilità di una vaga agonia, tutti morti sul colpo, nessun funerale e, in generale, l’oblio quasi istantaneo. Poco pathos, dunque,e pochissimo dialogo tra i protagonisti, se si esclude il piagnisteo finale della prima puntata. Ma questo a noi non va bene. Noi siamo stati abituati in un altro modo, a  noi piaceva Mario Merola. Come dice il poeta: "la penna ferisce piu' della spada". Mario, inconsapevole fautore di questa massima, ha sempre lasciato che fosse la sua favella a colpire prima e meglio del mitico papagno a mano aperta.
Nei film del mito intramontabile non c'è lotta che non sia annunciata da sguardi astiosi ed interminabili ed obnubilanti discorsi di mezz’ora su valori universali quali l’onore,il rispetto e il buon nome della famiglia. Il malamente e' colpito dell'umiliazione pubblica d'essere messo all'indice da Mario, soffre nell'udire le sue canzone strappalacrime e muore a causa della sua incapacita' di piangere. I proiettili, forti delle iastemme di Mario, possono compiere tutti i prodigi necessari all'eliminazione del malamente. Essi sono quasi lanciati dalla pistola del mitico Mario che la brandisce come fosse un martello e spara come se stesso accoltellando qualcuno. Ovvero accompagnando il proiettile col movimento della sua mano ed incattivendo il colpo con la sua migliore espressione di odio bovino. I proiettili, a quel punto, sono pronti a tutto. Sfidano l'oscurità', viaggiano per km, aggirano gli angoli e uccidono sempre l'avversario di Mario. 
In pochi hanno saputo riconoscere la grandezza espressiva dello stile di Mario.  Ricordiamo, tra gli intramontabili, I “Cavalieri dello zodiaco” che univano alle discussioni interminabili un'ignoranza in mitologia che avrebbe potuto imbarazzare anche Lui. 
Ma il meglio dell'ermeneutica da sceneggiata pugnace, lo si raggiungeva con Mario vittima dell’agguato. La scena del ristorante di “Serenata calibro 9” è uncapolavoro assoluto: prima la festa (‘a comunione d’o piccirillo), poi Mario viene invitato a cantare una canzone (e chi se l'aspettava), quindi irrompono sulla scena i criminali mascherati, (ahimé alla fine dell'esecuzione) sparano all'impazzata e fuggono con una capriola degna del miglior Klaus Dibiasi. Il capolavoro finale è bello che servito, con nuova canzone strappalacrime cantata dal Nostro, mentre abbraccia moglie e figlio, uniche vittime di una sparatoria da 568 colpi. Il sentimento, appunto, ed anche il piagnisteo. Il tutto condito da quell'irrealta' palpabile, dalle canzoni a fronna ‘e limone, dove nessuno muore senza avere prima il tempo di un ultimo struggente addio. Struggimento contro effetti speciali, finzione scenica contro realtà. Se volevamo la realtà mica la accendevamo la TV? 
Le vette inimitabili meroliane purtroppo non sono state più raggiunte. L’erede designato Gigi D’Alessio, dopo aver minacciato di morte Giorgio Mastrota in “Cient’anne”, ha virato cambiando genere e il buon Karim Capuano ne “Il latitante” è riuscito a smuovere il nostro sentimentalismo solo dal piloro in giù.  Come si pretende allora che ci si possa affezionare a delle fiction veloci e ricche di azione? Impossibile! Dateci fermo immagine lunghissimi, lunghi monologhi vis-à-vis in salsa truce, canzoni disperate con vibrati forti al punto da far scattare i sismografi esaremo tutti incollati davanti alla vostra fiction. Insomma, aridatece Mario Merola…